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Quanto era bello il tramonto, ogni giorno che si metteva a guardarlo se lo chiedeva.

Luca ogni giorno finiva di lavorare, era un assicuratore, un lavoro che non amava particolarmente, ma gli permetteva di pagare le bollette; questo per gran parte delle volte se lo faceva bastare. Avrebbe voluto una vita più artistica, il suo sogno era diventare un pittore, purtroppo la sua famiglia soprattutto il padre non avevano mai appoggiato quell’idea, anzi spesso la denigravano. Suo padre gli ripeteva spesso che con quel mestiere sarebbe morto di fame e di togliersi i grilli dalla testa. Lo aveva spinto a fare l’assicuratore, facendolo entrare dove lavorava quel sessant’enne senza sogni.

Luca amava i suoi quadri e a detta di molti amici e anche di persone del settore se avesse proseguito per quella strada sarebbe potuto riuscire nel suo sogno. Ma nelle favole e nelle belle parole c’è sempre un ma; quello era stato suo padre, costringendolo a seguire una vita che non voleva e a reprimere la sua vocazione.

Quel lavoro ripetitivo gli aveva tolto ogni stimolo artistico, soffocando ogni velleità di sogno. Qualche volta nel suo piccolo appartamento si era messo di fronte alla tela, fissandola per secondi, minuti e talvolta ore. Le poche volte che riusciva a far scorrere il pennello su quel bianco, ne uscivano pochi segni colorati che fra di loro non avevano alcun senso. Dalla rabbia correva in cucina a prendere un coltello e lo conficcava più volte in quelle tele mal riuscite.

La pittura non gli apparteneva più, quella pressione, quel lavoro schematico e ripetitivo avevano ucciso la sua anima, ora non sapeva chi fosse, nemmeno cosa volesse; per accontentare il padre aveva perso sé stesso.

Quel giorno prese la sua decisione.

Come ogni volta prima di rientrare nel suo appartamento faceva un salto a Viverone, si sedeva lì sul molo a guardare il Sole all’orizzonte sparire a poco a poco dal cielo. Le sfumature di arancione si mischiavano con il celeste del cielo, donandogli sfumature violacee. Quei colori gli ricordavano la sua tavolozza, quelli che lo avevano reso felice.

Prese un sasso, scagliandolo in acqua, le onde superficiali che si formarono distorsero l’immagine riflessa del tramonto. Poco distanti due germani avanzavano piano uno vicino all’altro, non erano stati turbati dal rumore sordo di quel sasso.

Amava stare lì, ma una cosa l’aveva sempre odiata ed era l’acqua, fin da bambino non sapeva nuotare e per quella paura non aveva mai imparato. Da quel molo l’acqua era ben profonda, si alzò in piedi e la osservo, era verde e calma come sempre. A quell’ora di quel lunedì di ottobre, lì in zona non c’era mai nessuno, difficilmente qualcuno lo avrebbe notato.

Si girò dando le spalle all’acqua, allargò le braccia e portò a termine la sua decisione, si lasciò cadere all’indietro. Appena fu in acqua l’istinto di sopravvivenza stava lottando contro la sua voglia di morire, le braccia e le gambe si muovevano nervose. Il freddo dell’acqua in quella stagione si fece subito sentire, si concentrò, pensò ai suoi quadri, alle emozioni che provava nel dipingerli e vederli finiti. Alla gioia che gli aveva donato tutto quello; no non poteva più vivere senza quegli stimoli, non voleva più fare l’assicuratore. Avrebbe detto addio alla pittura, alla vita, ma questa volta senza il consiglio o le idee né di suo padre né di nessun altro; avrebbe ascoltato solo sé stesso.

Si calmò, le braccia e le gambe rallentarono i movimenti, aprì la bocca ingoiando più acqua possibile, mentre il suo corpo veniva trascinato verso il fondo.

Sorrise al pensiero che l’ultima cosa vista, fosse il tramonto che tanto amava.







 






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